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Il Jazz secondo Gianni Basso, cronache di un caposcuola

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Il jazz secondo Gianni Basso. Cronache di un caposcuola è un libro di Sandra Scagliotti e Fulvio Albano, pubblicato da Azzurra Publishing nel 2014, cinque anni dopo la scomparsa del grande sassofonista piemontese. Gianni Basso è stato uno dei più grandi jazzisti italiani e ripercorrere la sua storia è anche un modo per parlare del jazz italiano e della sua relazione con la musica americana.

Nato nel 1931, la storia di Gianni Basso è affascinante. Emigrato in Belgio con la famiglia nel 1956, come tanti italiani dell’epoca, trova lì un terreno fertile per la sua passione per il jazz, che aveva iniziato ad ascoltare durante la guerra, come sigla di Radio Londra. In Belgio si suona anche per le truppe americane e canadesi, e Gianni entra in contatto con musicisti del calibro di René Thomas, Django Reinhardt e Toots Thielemans. Rientrato in Italia, negli anni ’50 si trasferisce a Milano, dove incontra il trombettista Oscar Valdambrini, con il quale intraprenderà un lungo e proficuo sodalizio musicale.

Nel 1961 il loro sestetto vince un viaggio in America in una competizione tra jazzisti italiani. L’esperienza a New York è naturalmente stimolante e gli permette di ascoltare e suonare con alcuni dei grandi nomi del jazz. Lì Gianni ha la conferma che i suoi valori musicali sono condivisi anche oltre oceano: per essere un buon musicista jazz servono «conoscenza del repertorio jazzistico, studio, pratica, disciplina e umiltà».

Negli anni ’70 Basso incide anche diverse colonne sonore, tra cui quella per I soliti ignoti, la prima colonna sonora jazz della storia del cinema italiano. Negli anni ’80 suona con Sarah Vaughan e altri grandi interpreti.

Le interviste raccolte nel libro ripercorrono momenti cruciali per la diffusione del jazz in Italia, come la formazione della grande orchestra Trovajoli negli anni ’50, ospitata nei locali della RAI. Il sassofonista ricorda anche il primo concerto di Louis Armstrong a Torino nel 1935 e l’interesse che il jazz suscitò tra appassionati e intellettuali, tra cui Cesare Pavese. Con ironia, Gianni associa il termine swing al piemontese zembu.

Nel raccontare la vita di Basso, gli autori toccano anche le vicende di altri grandi musicisti italiani: Armando Trovajoli, Renato Sellani, Dino Piana e, naturalmente, Oscar Valdambrini, suo compagno artistico praticamente per tutta la vita.

Basso_Valdambrini_Sextet
Basso-Valdambrini sextet

Il libro è anche una sorta di storia del jazz raccontata attraverso la voce di Basso, che rievoca l’era dello swing, Coleman Hawkins, Duke Ellington. Dalle sue parole emerge un amore autentico per il jazz — e sentire parlare qualcuno che ama profondamente qualcosa è di per sé un piacere. Tra i musicisti che più lo hanno ispirato, Basso cita in particolare Stan Getz e Gerry Mulligan. Commuove anche il racconto dell’amicizia con Chet Baker, prezioso compagno di musica, nonostante la sua vita tormentata e il carattere instabile.

Pur dicendo di non amare le “parole sul jazz”, Gianni Basso è capace di definizioni sintetiche ed efficaci. Ad esempio, quando dice che il jazz si fonda sulle “tre B”: blues, ballad, bebop. O quando divide i musicisti in due categorie: quelli “in minore”, malinconici e introversi, e quelli “in maggiore”, che esprimono gioia e vitalità.

Il libro è ricco di aneddoti divertenti, come quello di Dizzy Gillespie che, dopo essersi mangiato tre piatti di spaghetti prima del concerto, appena finito di suonare vuole tornare al ristorante… per mangiare ancora. O i racconti della Taverna Messicana di Milano, il cui gestore, per attirare il pubblico, improvvisava durante i concerti spettacolini surreali con animali, topi e galline inclusi.

Con la consueta ironia, Basso sa però essere anche sferzante nei confronti delle mode e di certi colleghi che, a suo avviso, non amano davvero il jazz. «C’è anche chi, pur sotto una veste di falsa modestia, si dà arie da genio creativo – o peggio ancora, è davvero convinto di esserlo». E ancora: «Scalatori di classifiche, collezionisti di premi… enfant prodige, vittime di manager scaltri». Sull’abitudine di suonare in stile jazz qualsiasi brano, solo per seguire le mode o ottenere visibilità, Gianni è netto: «Non è sufficiente ricoprire di vernice jazz una semplice canzone, se non vi è nella composizione un intreccio armonico solido».

Solo perché sollecitato dagli intervistatori, Basso si lascia andare a queste riflessioni, e lo fa da una posizione di assoluta autorevolezza. Non si tratta di invidia: la sua critica è rivolta al “finto jazz” e all’idea che la musica debba per forza essere uno strumento di protesta. Ricorda con amarezza i tempi in cui lui e i suoi colleghi venivano contestati solo per essersi presentati in giacca e cravatta, mentre altri cavalcavano l’onda del momento con brani dedicati a Mao Tse-tung.

Gianni Basso era un uomo di spettacolo, certo, ma prima di tutto un musicista. Ha sempre messo la musica al primo posto, rifiutando con decisione ingaggi nella musica pop che gli avrebbero portato notorietà e denaro, ma a scapito della coerenza artistica.

A un musicista come me, i racconti di Gianni Basso suscitano anche un po’ di nostalgia. Ad esempio, quando ricorda di aver suonato fino alle quattro del mattino, mezzo addormentato. Certamente una grande fatica, ma anche una scuola che purtroppo oggi non esiste più. Ho incontrato Gianni Basso solo due volte: la prima per ascoltare la sua orchestra, piena di giovani talenti; la seconda volta sul palco del Teatro Civico di La Spezia, che ho avuto l’onore di condividere con lui. Era già molto malato e suonò da seduto, ma non volle rinunciare alla musica.

In conclusione, Il jazz secondo Gianni Basso. Cronache di un caposcuola è un libro scritto da appassionati di jazz che intervistano un grande del jazz. Queste pagine ci fanno respirare l’amore per questa musica, e possono essere stimolanti per un musicista come per un semplice appassionato. Una lettura che consiglio a chiunque ami il jazz e voglia saperne di più sulla vita, la visione e la carriera di Gianni Basso.

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  • Credo di sapere cosa volesse dire Basso con “brani dedicati a Mao Tse-tung”; probabilmente si riferiva al sassofonista Gato Barbieri che eseguiva un brano in cui cantava “la chica, la chica Leonzia” ed il pubblico in Italia andava in delirio perchè pensava che dicesse “la Cina, la Cina”. Come riferito in un’intervista ad un giornalista italiano, Barbieri si guardava bene dal precisare che si riferiva ad una ragazza e non alla nazione Cina, perchè diceva che quello che contava era il contenuto ideale del brano, in realtà aveva paura di non vendere più molti dischi. Perchè questo era il mondo prima degli anni ottanta e della caduta del muro di Berlino.

    • Grazie Roberto, il tuo racconto è molto interessante e divertente. Non mi sento di biasimare Gato Barbieri per aver in qualche modo assecondato una convinzione falsa. Dopo tutto, ognuno di noi trova nella musica, e nell’arte in genere, quello che cerca! A presto, grazie

      • Grazie a te e per l’impegno che metti nel farci ricordare grandi musicisti che purtroppo non hanno avuto la stessa fama di S. Rollins o di C. Parker.

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