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Studiare piano jazz, un piano di studio ordinato ed efficace

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La musica jazz lascia ai musicisti estrema libertà, ognuno può suonare con il proprio stile e secondo la propria personalità, interagendo con gli altri liberamente e in modo sempre diverso. L’assenza di regole rigide rappresenta tuttavia un grande ostacolo per chi vuole studiare piano jazz, e può rimanere disorientato.

In questa lezione proverò a spiegare perché studiare il piano jazz può essere così difficile, e proporrò alcune idee per un piano di studio ordinato ed efficace. Per cominciare, ecco alcune considerazione sullo studio del pianoforte classico, che per molti rappresenta il punto di partenza.

Come si studia il pianoforte classico

Molti pianisti arrivano alla musica jazz avendo già alle spalle un po’ di studi classici. Anch’io consiglio a chi non ha mai suonato il piano di esercitarsi almeno per uno o due anni su un metodo per pianoforte classico, prima di avvicinarsi al piano jazz.

Per capire come si deve affrontare lo studio del piano jazz, voglio soffermarmi un attimo sullo studio del pianoforte classico, in modo da evidenziare il cambio totale di prospettiva nel passaggio da un repertorio all’altro.

Nel pianoforte classico si affronta per prima cosa la lettura dello spartito: un pianista deve imparare a leggere la chiave di violino e la chiave di basso, e soprattutto deve imparare a leggerle contemporaneamente, cosa non semplice, specialmente nei primi mesi. Sebbene nella musica jazz la lettura sia decisamente secondaria, questa fase è tuttavia importante per sviluppare l’indipendenza delle mani.

Nello studio del pianoforte classico si imposta anche la tecnica dello strumento, studiando brani via via più difficili. La tecnica cresce passo dopo passo, mentre anche gli spartiti diventano più difficili da leggere. Chi affronta lo studio seriamente e dedica al pianoforte più ore al giorno, normalmente avrà sul pianoforte diversi libri, che studierà contemporaneamente.

Potrà studiare ad esempio un libro di tecnica pura, uno di studi, quasi sicuramente qualche brano di J.S. Bach per sviluppare al meglio l’indipendenza delle mani. A seconda dei suoi gusti personali o delle proposte dell’insegnante, suonerà forse una Sonata di Mozart o Beethoven, e magari qualcosa di più recente, brani del periodo romantico o ancora successivi.

Non è insolito per un pianista classico passare da un libro all’altro, studiandoli a volte quasi per intero prima di sostituirli con altri più difficili. In questo percorso, lettura, tecnica e musicalità migliorano insieme, con il valido ausilio di una didattica pressoché infinita, accumulatasi in diversi secoli di storia della musica.

Per il piano jazz, le cose stanno in modo decisamente diverso. Vediamo dunque quali sono le principali difficoltà nel passare dal pianoforte classico al repertorio jazz.

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Le difficoltà nel passaggio dal piano classico al piano jazz

Immaginiamo adesso cosa succede quando il nostro allievo immaginario si presenta alla sua prima lezione di piano jazz. Sostituirà forse i libri di Bach, Beethoven, Chopin e Debussy con volumi altrettanto corposi di Bud Powell, Bill Evans, Armonia jazz e frasi blues?

No, non funziona così! In realtà, è molto probabile che il maestro di piano jazz proponga una semplice paginetta, uno spartito neppure completo con le due chiavi, ma un semplice “lead sheet”, ovvero una melodia con le sigle degli accordi.

Personalmente, come primo brano propongo spesso “Fly Me to the Moon”, una canzone che quasi tutti conoscono e che usa una progressione armonica particolarmente interessante per un principiante. Un’altra proposta tipica per una prima lezione è “C Jam blues”, un brano di appena 12 misure e con una melodia che usa solo due note!

Quella misera paginetta terrà compagnia all’aspirante pianista jazz per diverse settimane. Lo spartito sarà sempre il solito, a cambiare saranno gli esercizi.

Questa assenza di “libri di esercizi” potrebbe scoraggiare o disorientare chi è abituato a studiare con impegno su libri impegnativi ma bene organizzati, e si trova improvvisamente privo di strumenti didattici. Per questo è importante sapere esattamente come ci dobbiamo esercitare e cosa vogliamo “allenare” nello studio del piano jazz.

Studiare piano jazz: gli obiettivi

Mentre nel pianoforte classico si studiano prevalentemente la lettura dello spartito, la tecnica e l’interpretazione, seguendo scrupolosamente lo spartito, nel piano jazz vogliamo imparare a suonare in modo rapido e preciso gli accordi, allenare l’orecchio musicale, il senso del ritmo e l’abilità di prendere decisioni sul momento.

Nessuna di queste abilità si sviluppa semplicemente leggendo un libro. Ad esempio, per lo studio degli accordi io chiedo ai miei allievi di NON scriverli, ma di contare la distanza tra le note sulla tastiera. È una strada all’inizio più faticosa, ma aiuta ad imparare gli accordi per la loro forma sulla tastiera, e ad associare un suono preciso a questa forma.

Laddove il pianista classico approfondisce uno spartito, ripetendo con cura ogni passaggio sempre nello stesso modo, il pianista jazz cerca invece di variare, di cambiare posizione degli accordi esplorando tutti i rivolti, e di allenare maggiormente il proprio orecchio e le proprie conoscenze istintive.

Non essendoci una pila di libri sul pianoforte, ma solo una paginetta con una melodia e le sigle degli accordi, tutto il lavoro di pianificazione è lasciato a noi. Lo spartito è sempre lo stesso, e appena sappiamo il brano a memoria sarebbe consigliato fare a meno anche di quello. Ciò che cambia sono gli esercizi che applichiamo al brano, cercando cose sempre diverse.

Ad esempio, ecco alcuni passaggi che propongo ai miei allievi per lo studio di un brano:

  • Suonare melodia a destra e basso a sinistra (senza accordi)
  • Suonare basso a sinistra e accordi a destra (senza melodia)
  • Suonare una melodia armonizzata, con tecnica del “piano solo”
  • Suonare la melodia a destra e il walking bass a sinistra
  • Suonare dei voicing aperti a sinistra e una semplice improvvisazione con la destra

Lavorare in questo modo richiede molto ordine ed autodisciplina, non c’è uno spartito a guidarci ma dobbiamo essere noi ad esercitarci in modo efficace e strutturato. È una grande sfida e responsabilità, ma può essere molto divertente!

Ecco adesso una proposta un po’ più completa per un piano di studi di piano jazz. Ovviamente, un piano di studi deve essere pensato su misura per ogni singolo studente, questo è solo un esempio generico. Spero però che possa esserti utile!

Piano di studi per il pianoforte jazz

Vediamo dunque un possibile piano di studio di piano jazz per un allievo di livello base-intermedio. Propongo un programma di lavoro basato su tre punti:

  • Tecnica dello strumento (finalizzata però alla musica jazz)
  • Repertorio degli standard jazz
  • Studio del linguaggio jazz, mediante un pattern armonico o melodico in 12 tonalità

Analizziamo adesso questi tre elementi uno per uno. Partiamo con la tecnica dello strumento.

La tecnica finalizzata al piano jazz

Con “tecnica” si indica il lavoro finalizzato ad acquisire e consolidare alcuni gesti ben precisi. In particolare, le tecnica pianistica si concentra su scale, arpeggi, note ribattute, ottave, terze ecc. Abbiamo già detto che questo è un lavoro tipico anche per il pianoforte classico.

Tuttavia, nel piano jazz dobbiamo mettere in atto una piccola malizia: trasportare sempre in 12 tonalità, in modo da far lavorare la mano in tutte le zone della tastiera, e soprattutto abituare l’orecchio a riconoscere lo stesso pattern in diverse tonalità.

Ad esempio, un celebre libro di tecnica pianistica è “Hanon, il pianista virtuoso”, che propone moltissimi esercizi ma spesso limitandosi ai soli tasti bianchi. Per un pianista jazz sarebbe meglio limitarsi ai primi 20 o 30 esercizi, ma suonarli ogni giorno in una tonalità diversa.

Ecco alcuni suggerimenti per la sezione “tecnica” del tuo piano di studio jazz:

  • Scala maggiore (su 4 ottave, per terze, per seste, moto contrario)
  • Stesso lavoro sulla scala minore armonica e melodica
  • Ancora avanti su altre scale: misolidia, lidia dominante, scala alterata, scala diminuita
  • Scale per terze parallele
  • Scala pentatonica, esercizi vari
  • Arpeggi di vario tipo

Sia bene inteso: questo potrebbe essere il programma di studio di un intero anno. Non pretendere di studiare tutte queste cose contemporaneamente, altrimenti non ti resterà tempo per niente altro. Scegli un argomento alla volta e non dedicare alla tecnica più del 25% del tempo totale di studio quotidiano. Se suoni un’ora al giorno, dedica alla tecnica 15 minuti e non di più. La tecnica è importante, ma abbiamo molte altre cose da suonare, che fanno crescere anche l’orecchio e la musicalità, e che sono anche più stimolanti.

Passiamo dunque al secondo punto: il repertorio.

Studiare piano jazz: l’importanza del repertorio

Uno dei primi articoli del mio blog, risalente a oltre dieci anni fa, è stato “come imparare 100 standard”. La mia fissazione sul repertorio risale tuttavia a molto tempo prima. Il repertorio è per me fonte di ispirazione e un inesauribile serbatoio di elementi fondamentali per studiare il linguaggio jazz.

Nel post che ho appena segnalato trovi una guida per studiare il repertorio a memoria. Voglio qui precisare che il termine “memoria” spiega solo in parte quello che avviene quando impariamo a suonare uno standard jazz senza spartito. La memoria riguarda certamente la melodia, ma ricordare la parte armonica è frutto della comprensione armonica e formale del pezzo.

Studiare il repertorio serve anche ad imparare una serie senza fine di elementi stilistici. Ogni autore ha i suoi tratti distintivi e ci aiuta a penetrare il senso profondo del repertorio. Ad esempio, da George Gershwin impariamo l’uso degli accordi diminuiti di passaggio, da Cole Porter prendiamo la tipica cadenza II V minore che conclude su accordi maggiori. Harold Arlen ha scritto tanti brani con meravigliosi turn around dal sapore blues, e così via.

Imparare le formule armoniche usate in questi brani non è solo un esercizio teorico, ma equivale a “rubare i segreti del mestiere” direttamente dai più grandi compositori del Novecento. Se utilizzi ogni brano come fonte di informazioni e di approfondimento, questo studio può essere entusiasmante e non annoiarti mai. In linea di massima, dedicherei al repertorio almeno la metà del tuo studio. Se suoni un’ora al giorno, dedica mezz’ora al repertorio.

Passiamo adesso al terzo punto del nostro programma di lavoro per il piano jazz.

Trasportare in 12 tonalità un elemento melodico o armonico ricavato dal brano

Mentre impari a memoria diversi brani jazz tratti dal grande repertorio degli standard, ti suggerisco di scegliere alcuni elementi specifici, melodici o armonici, e portarli in giro in 12 tonalità.

Scegli le formule armoniche o le frasi che più ti piacciono e che riesci a capire e dominare pienamente. Parti anche solo da semplici cadenze di tre o quattro accordi, o frasi melodiche di una o due misure. Mano a mano diventarai sempre più capace di trattenere nella memoria e trasportare frasi o pattern armonici più lunghi.

Ecco alcuni esempi concreti, questi sono tutti pattern che hanno fatto parte del mio piano di studio e che ho proposto e continuo a proporre ai miei allievi.

  • Da “Take the A Train” di Billy Strayhorn/Duke Ellington prendiamo la cadenza con dominante secondaria V/V, ovvero C6 D7 G7 C6. Nella sua semplicità, è un elemento fondamentale del repertorio jazz ed è utile saperlo suonare in dodici tonalità.
  • Da “Night and Day” di Cole Porter possiamo prendere la discesa cromatica dal IV grado: F#m7(b5) Fm7 Em7 Ebdim7 Dm7.
  • Da un brano di Charlie Parker come “Anthropology” possiamo scegliere una frase bebop, quindi un elemento melodico.

La cosa importante è scegliere qualcosa che sia pienamente alla tua portata. Se trasportare un elemento in 12 tonalità risulta un lavoro proibitivo, scegli qualcosa di più semplice. Questa parte dello studio è forse la più difficile e non dovrebbe superare il 25% del tuo lavoro quotidiano, ad esempio 15 minuti su una sessione di un’ora.

Conclusioni. Studiare piano jazz: variazione vs ripetizione

Un breve riepilogo di questa guida allo studio per aspiranti pianisti jazz. Nel metodo che propongo, lo studio dovrebbe essere finalizzato a migliorare l’orecchio musicale e approfondire la conoscenza del repertorio jazz.

Nello studio del pianoforte classico lavoriamo molto sull’approfondimento, ripetendo tante volte un brano per cercare precisione e controllo. Nel jazz cerchiamo invece di cambiare sempre prospettiva e di non ripetere nulla in modo meccanico, ma approfondire la conoscenza di accordi, voicing, formule armoniche e melodiche.

In particolare, ho suggerito di suddividere lo studio in tre parti:

  • Parte 1: tecnica adattata per il piano jazz (15 minuti)
  • Parte 2: studio del repertorio, possibilmente a memoria (30 minuti)
  • Parte 3: trasporto in 12 tonalità di un elemento armonico o melodico (15 minuti)

Questo programma, per quanto minimo, può essere un buon punto di partenza per superare lo stress e la solitudine dell’aspirante pianista jazz e rispondere alla domanda “cosa studio oggi?”.

Sarò molto contento se vorrai condividere la tua esperienza di studio del piano jazz, raccontando nella sezione “commenti” che cosa ti riesce più semplice fare e cosa ti risulta più difficile. Aspetto il tuo commento, grazie!

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