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Pianoforte classico e piano jazz a confronto

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La storia del pianoforte inizia molto prima della storia del jazz. Tuttavia il piano jazz ha rappresentato una vera e propria rivoluzione, allargando di molto i limiti dello strumento e apportando nuovo slancio e nuovi stili. Per questo, ho provato a ragionare un po’ sulla relazione tra pianoforte classico e piano jazz. Alla fine dell’articolo ti proporrò anche due piani di studio alternativi per pianoforte classico e piano jazz.

L’antenato del piano jazz: il ragtime

Alle origini del piano jazz c’è sicuramente il ragtime. Tuttavia questa musica non è ancora propriamente jazz in quanto è musica scritta per intero, priva di improvvisazione. Scott Joplin è stato il più noto autore di ragtime, un musicista che è diventato famoso per pezzi come The Entertainer oppure Maple Leaf Rag, ma che ha composto musica molto più elaborata, persino un opera vera e propria, che non è mai riuscito a far eseguire mentre era in vita.

Scott Joplin è il più importante autore di ragtime

Se confrontiamo il repertorio ragtime con la letteratura pianistica classica, le somiglianze maggiori sono sicuramente con il repertorio romantico, in particolare con la musica di Chopin, Listz e Brahms.

Nella musica di Chopin, specialmente nei notturni, valzer e mazurche, molto spesso la mano sinistra salta dal registro grave, dove suona un ottava, a centro tastiera per suonare degli accordi. E’ evidente che il ragtime si ispira ed utilizza questo tipo di tecnica, sebbene in modo semplificato perché nel ragtime la mano sinistra tende a ripetere pattern molto più schematici.

La prima forma di piano jazz: lo stride piano

La tecnica del ragtime si è trasferita quasi inalterata allo stride piano, la prima vera forma di piano jazz. Lo stride piano doveva soddisfare una precisa esigenza: suonare ad un volume medio-alto. I pianisti si esibivano infatti in locali rumorosi, oppure dovevano tenere testa a strumenti ben più sonori del pianoforte: gli strumenti a fiato.

Nello stride piano abbondano di conseguenza le ottave e gli accordi interi, la mano sinistra suona il basso nel registro grave sul primo e terzo movimento della misura, mentre sul secondo e quarto movimento salta a centro tastiera dove suona degli accordi interi. Ecco un esempio tipico di movimento della mano sinistra, tratto da un’esecuzione di Count Basie.

Stride piano un esempio della mano sinistra - Count Basie
Stride piano, un esempio della mano sinistra (Count Basie)

La mano destra suona invece la melodia in ottave, oppure veloci volatine di arpeggi ed abbellimenti vari. Ecco un esempio di stride piano della mano destra, una frase suonata da Teddy Wilson, ricamata sull’accordo di F9.

Stride piano un esempio della mano destra - Teddy Wilson
Stride piano, un esempio della mano destra (Teddy Wilson)

Alcuni tra i campioni dello stride piano, che spesso si sfidavano in vere e proprie gare, erano James P. Johnson, il suo allievo Fats Waller e Willie the Lion Smith. Il pianista jazz in assoluto più virtuoso è stato però Art Tatum. Tutti questi pianisti avevano un solido background di studi classici, sui quali innestavano gli elementi stilistici tipici del jazz: ritmo swing, improvvisazione, blues.

Stride piano - Willie the Lion Smith
Willie the Lion Smith è stato uno dei più importanti pianisti stride

Da un certo punto di vista, lo stride piano non è troppo diverso da certa musica pianistica di Listz o Brahms, che utilizzano in modo simile accordi e ottave. Naturalmente ci sono molte differenze, in particolar modo lo stride piano tende ad essere assai più ripetitivo, e pur essendo molto faticoso è mediamente più semplice del repertorio pianistico dell’ottocento.

Art Tatum raggiunge tuttavia vette di difficoltà che non hanno nulla da invidiare alla letteratura pianistica europea alla quale si ispirava. Quello che è più stupefacente di Tatum non è tanto l’impressionante tecnica pianistica, quanto la capacità di improvvisare fraseggi tra le voci interne, muovendo gli accordi della mano sinistra in modo totalmente indipendente da quanto fa la destra.

art tatum
Art Tatum, uno dei più grandi virtuosi del piano jazz

Il pianoforte e l’orchestra

Con l’avvento delle big band il pianoforte cambia radicalmente funzione. Non potendo far fronte a una sezione di numerosi strumenti a fiato, spesso il piano suona le introduzioni e i finali, magari eseguendo degli assoli quando i fiati tacciono, accompagnato solo da basso e batteria.

Ad esempio, Duke Ellington spesso si alzava dal piano per dirigere l’orchestra, dopo aver suonato l’introduzione. Count Basie invece suonava brevi contrappunti ai riff dei fiati nel registro acuto dello strumento, per riuscire a “bucare” e farsi sentire anche attraverso il potente suono della big band.

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Pur essendo un valido pianista stride, Count Basie inventò dunque uno stile tutto suo, minimalista, in qualche modo rovesciando il concetto del “pianoforte e orchestra”. Nei concerti classici il pianoforte è spesso protagonista assoluto e si fa sentire in tutti i suoi possibili registri. Nella big band di Count Basie è invece l’orchestra con i suoi riff ad essere al centro del discorso musicale, il piano la spinge con brevi ma efficacissimi interventi.

Se confrontiamo dunque il ruolo del pianoforte in relazione all’orchestra, le differenze tra repertorio classico e jazz superano sicuramente le somiglianze. Nell’orchestra classica, il pianoforte quando c’è è protagonista assoluto. Se non è al centro del discorso, il piano non c’è per niente (o quasi). Nel jazz invece il piano fa parte della sezione ritmica, è sempre presente ma prevalentemente con un ruolo di accompagnamento.

La rivoluzione totale: il pianoforte bebop

Il bebop rappresenta una rivoluzione per la musica jazz in generale ed il pianoforte non fa eccezione. L’approccio dei pianisti bebop è radicalmente diverso da quello dei predecessori: la radice classica dello strumento è apparentemente dimenticata.

In realtà alcuni pianisti bebop di prima linea avevano un solido background classico (è il caso di Bud Powell) tuttavia si affacciarono alla scena anche pianisti cresciuti nel solco della sola tradizione del piano jazz. E’ il caso di Thelonious Monk, Hampton Hawes ed Erroll Garner, pianisti principalmente autodidatti e con un background classico minimo o assente.

Bud Powell Tempus Fugue-it
Il pianista bebop Bud Powell

Che avessero una formazione classica oppure no, i pianisti bebop inaugurarono un uso dello strumento nuovo: il pianoforte suona fitte linee melodiche a nota singola, imitando gli strumenti a fiato. La mano sinistra spesso suona semplici bicordi, dalla funzione principalmente ritmica.

Piano bebop un esempio - Bud Powell
Piano bebop ,un esempio (Bud Powell)

Nell’esempio qua sopra vediamo che la mano sinistra suona accordi incompleti: fondamentale e settima, fondamentale e terza (o decima). L’armonia viene comunque ben delineata dall’incessante movimento della mano destra, per cui non è difficile capire a quale accordo sta pensando un pianista bebop, anche se non lo suona per esteso. I musicisti bebop suonano spesso pensando alle sigle degli accordi, per cui l’armonia è di solito piuttosto chiara.

Con il bebop il piano jazz raggiunge la sua piena maturità ed autonomia, non solo per lo stile assolutamente innovativo ma anche e soprattutto perché il piano imita gli strumenti che sono propri della musica jazz: il sax, la chitarra elettrica, il vibrafono, la batteria, il contrabbasso pizzicato.

Il piano jazz dopo il bebop

Dopo il bebop le due tradizioni pianistiche, quella europea più antica e quella recente jazzistica, si riconciliano e spesso coesistono in musicisti importanti. Grandi interpreti come Bill Evans, Chick Corea, Herbie Hancock, Keith Jarrett e molti altri, hanno fatto studi seri e approfonditi in entrambi i mondi, di fatto superandone i confini e rendendoli meno definiti.

In particolare Bill Evans ha introdotto nel mondo del piano jazz le sonorità più tipiche del pianoforte classico di inizio ‘900. Bill Evans era un grande studioso degli impressionisti europei, Claude Debussy e Maurice Ravel su tutti. La sua musica rappresenta un punto di contatto insuperato tra questi due mondi, così lontani.

Bill Evans
Bill Evans

Il presente del piano jazz

La tradizione del piano jazz ha ormai circa cent’anni, per cui esistono numerosi stili del piano jazz che possiamo definire “classici”. Approfondire ciascuno di essi richiede anni di impegno e sacrificio, esattamente come studiare il repertorio classico europeo. Specializzarsi nella musica di Bach o in quella di Art Tatum, studiare Bud Powell o Chopin, sono per il pianista di oggi possibilità differenti ma non necessariamente inconciliabili.

Su questo sito trovi un intero corso dedicato al piano jazz. Il corso affronta cinque standard jazz indimenticabili, tramite i quali puoi imparare le principali tecniche del piano jazz.

Nei grandi interpreti non è mai esistito alcun pregiudizio. Casomai sono stati i critici e gli insegnanti di musica a porre degli inutili confini, cercando di stabilire presunte e sterili superiorità in uno o nell’altro campo.

Chi ama il pianoforte e la musica in generale può solo essere felice di avere una così vasta possibilità di scelta, indipendentemente dai propri gusti personali. Possiamo godere di un Notturno di Chopin così come di un solo di Thelonious Monk, e restare sbalorditi dal fatto che un unico strumento, il pianoforte, possa produrre musica così diversa.

Il piano jazz è entrato nella tradizione del pianoforte, offrendo ai pianisti di oggi e del futuro possibilità di scelta e di studio ancora più vaste ed entusiasmanti. Vediamo dunque due percorsi di studio alternativi per iniziare a conoscere questi due mondi meravigliosi.

Due percorsi di studio alternativi per pianoforte classico e piano jazz

Sul piano possiamo suonare una fuga di Bach, un notturno di Chopin, così come un blues o un’improvvisazione jazz. Per raggiungere questi diversi obiettivi, il percorso di studio non è lo stesso. Ecco dunque due piani di studio alternativi, per studiare il pianoforte classico o il piano jazz.

Il primo anno di studio

Indipendentemente dalla musica che vuoi suonare, il primo anno di studio non sarà molto diverso. Per suonare il pianoforte è indispensabile imparare a leggere lo spartito.

Spesso mi viene chiesto perché è tanto importante imparare a leggere lo spartito, anche per suonare le canzoni o la musica jazz. La risposta è molto semplice: senza leggere lo spartito, è praticamente impossibile migliorare l’indipendenza delle mani.

Per suonare la musica jazz, ad esempio, è necessaria una grandissima indipendenza delle mani. Per ottenere questa indipendenza, la lettura è uno strumento fondamentale.

Dunque, per i primi mesi di studio è indispensabile scegliere un buon libro di esercizi che ti permetta di migliorare nella lettura del doppio pentagramma. Il metodo che suggerisco ai miei allievi è Beyer op.101, un libro completo e molto efficace.

Se i primi passi sono li stessi, sia per suonare canzoni che per studiare il piano classico, verso la fine del primo anno i due percorsi cominciano a separarsi. Vediamo in che modo.

Secondo anno di studio: pianoforte classico

Nel secondo anno di studio, se il tuo obiettivo è suonare la musica classica dovrai continuare a migliorare nella lettura, iniziare a lavorare più seriamente sulla tecnica e cominciare ad esplorare il repertorio vero e proprio.

Per tecnica e lettura, consiglio lo studio dell’opera 176 di Duvernoy, oppure il primo volume di Mikromosmos. Può essere utile anche iniziare a lavorare su Hanon, un grande classico per esercitare le dita.

Tuttavia, se studi prevalentemente da autodidatta ti sconsiglio di suonare Hanon, perché rischi di farlo in modo sbagliato e quindi di consolidare dei difetti, invece che migliorare.

Se vuoi suonare il repertorio classico, in generale ti consiglio di farti seguire da un maestro di musica, perché lavorare da soli significa perdere un sacco di tempo e acquisire dei difetti di postura.

Durante il secondo anno di studio potrai iniziare a suonare brani dei grandi autori classici: pezzi facili di Bach, brani tratti dall’album della gioventù di Schumann e molto altro. Anche in questo, il tuo maestro saprà consigliarti.

Secondo anno di studio: pianoforte moderno / jazz

Se il tuo obiettivo è suonare la musica moderna, giunto al secondo anno dovrai iniziare a studiare gli accordi e le prime semplici canzoni. Lo studio degli accordi deve essere fatto in modo ordinato e preciso, se impari due o tre accordi e inizi a suonare con quelli, probabilmente ti fermerai lì e non farai altri progressi.

Per prima cosa studia gli accordi di triade maggiore e minore, i rivolti degli accordi, l’armonizzazione della scala e le cadenze. Su questo sito c’è un corso di armonia dedicato a questi argomenti.

Nel pianoforte moderno lo spartito è meno importante, tuttavia per sostituirlo servono conoscenze di armonia. Per suonare qualche semplice brano non è necessario diventare uno scienziato. Devi conoscere però almeno i concetti base dell’armonia funzionale, ed imparare ad usare gli accordi.

Ti consiglio di non abbandonare del tutto gli studi più tradizionali, ma di lavorare ancora sulla tecnica e sulla lettura. L’opera 176 di Duvernoy può essere un buon compromesso perché contiene esercizi tecnici ma anche semplici brani, è un metodo abbastanza completo.

Terzo anno e oltre

Qualunque sia il tuo obiettivo finale, ti consiglio di aprire il tuo piano di studi anche a materie che ti interessano meno. Ovvero, anche se ami la musica classica, studiare un po’ di armonia ti servirà per capire meglio quello che studi. Allo stesso tempo, anche se vuoi suonare il repertorio moderno, imparare qualche pagina di Bach e Mozart ti aiuterà a sviluppare tecnica e lettura.

Proseguo però con il proposito di questo articolo: indicare due percorsi di studio alternativi, anche per il terzo anno di studio. Cominciamo con il pianoforte classico.

Terzo anno – pianoforte classico

Nel terzo anno di studio potrai suonare un sacco di musica affascinante. Ad esempio, le sonatine di Clementi, le prime pagine di Ciaikovsky, brani di Bach più complessi come le invenzioni a due voci.

Per quanto riguarda la tecnica, appena avrai finito Duvernoy op.176 potrai iniziare l’opera 299 di Czerny, un libro di studi tecnici molto divertenti e impegnativi. Dovrai lavorare con cura sulla tecnica delle scale, ed iniziare a studiare anche gli arpeggi.

Qualunque sia il repertorio che preferisci, ti consiglio di non trascurare questi tre aspetti:

  • la tecnica (usando libri di studi, come Czerny op.299 e Hanon)
  • la musica di Bach. Che ti piaccia o meno, è la musica che ti fa crescere di più sul terreno dell’indipendenza delle mani, perché Bach concepisce ogni mano come uno strumento separato
  • Il repertorio. Qua puoi seguire le tue inclinazioni e gusti: Mozart, Beethoven, Chopin, Schumann e molti altri autori, c’è un sacco di musica tra la quale scegliere

Pianoforte classico – piano di studi

1° anno

Lettura dello spartito, tecnica elementare, indipendenza delle mani:
Beyer op.101 o un corso simile

3° anno

Czerny op.299
Invenzioni a due voci di Bach
Pezzi di Mozart, Clementi o altri autori

Terzo anno – pianoforte jazz

Se hai imparato bene gli accordi di triade e come si usano, il terzo anno è il momento giusto per imparare gli accordi di settima e le prime tecniche elementari di piano jazz, ad esempio l’armonizzazione della melodia.

Se vuoi imparare ad improvvisare, oltre che accompagnare qualche canzone, non trascurare di migliorare la tecnica. Inoltre, dovresti lavorare molto anche sull’orecchio musicale, fondamentale per imparare ad improvvisare.

Per studiare la musica moderna devi comunque migliorare nella tua capacità tecnica e di lettura, ma anche approfondire meglio l’armonia, in particolare imparare bene gli accordi di settima.

Ricordati inoltre che studiare e suonare non sono esattamente la stessa cosa. Suonare ogni giorno le stesse canzoni non ti farà crescere, dovrai quindi cercare di impostare un piano di studi serio e ordinato, per continuare a migliorare.

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Pianoforte jazz- piano di studi

Conclusioni: scegliere non è obbligatorio

Se vuoi trarre il massimo piacere dallo studio del pianoforte, scegliere tra piano classico e piano jazz non è obbligatorio, almeno durante i primi anni. Cerca di migliorare su più terreni, lettura e tecnica prima di tutto, ma anche di imparare almeno gli accordi di triade e di coltivare il tuo orecchio musicale.

In questo modo, suonare sarà un piacere ancora più grande e potrai approfondire mano a mano diversi generi musicali ed autori. Se ti serve aiuto per impostare un percorso di studio efficace, scrivimi quando vuoi. Sarò felice di darti qualche consiglio e suggerirti come proseguire nei tuoi studi. In bocca al lupo!

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  • Ciao Leo, secondo me i jazzisti hanno spesso “frequentato” il repertorio classico… mi vengono in mente Bill Evans, Herbie Hancock (memorabile la sua interpretazione di Ravel sull’album dedicato a Gershwin) e soprattutto Keith Jarrett (da sempre a cavallo tra jazz/classica)… e talvolta in classici si cimentano nel repertorio jazz, con risultati a volte molto interessanti (mi viene in mente l’album di Lang Lang dedicato a NY). Che ne pensi di questa “commistione” di stili?

    • Ciao Nicola, quando l’incontro non è forzato, a volte riesce. In realtà non sono molte le circostanze in cui è accaduto, sono più i tentativi falliti di quelli riusciti. Ma qualche eccezione c’è, qualche bel disco che supera ogni critica (anche le mie!). Ciao, a presto

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