Altezza: la prima qualità del suono. Corso gratuito di teoria musicale
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Le qualità del suono: altezza

In questa lezione parliamo di una delle principali qualità del suono: l'altezza. E' la prima parte del corso di teoria musicale dal titolo Introduzione alla lettura della musica: le qualità del suono e il pentagramma Il corso è gratuito, per visualizzare le altre lezioni devi registrarti sul sito ed accedere all'area riservata. [CLICCA PER REGISTRARTI SUBITO]

La prima qualità del suono: l'altezza

L'altezza è il grado di intonazione di un suono in rapporto all'acuto o al grave. L’orecchio umano riconosce suoni più o meno acuti, in relazione uno all’altro. Ascoltiamo ad esempio questi due suoni:

Riconosciamo una differenza tra questi due suoni: la prima nota è più grave della seconda, la seconda è più acuta della prima. Siamo abituati a considerare “alti” i suoni acuti e “bassi” i suoni gravi, anche se questa classificazione è del tutto arbitraria.

La scala musicale

E' facile così immaginare i suoni in fila, dal basso verso l'alto (e viceversa), disposti in modo lineare su una scala, in questo modo:

scala lineare

Tuttavia, l'altezza del suono non ha solo due direzioni: alto/basso. Infatti ci sono suoni che si ripetono uguali, ma in registri differenti. Ascoltiamo ancora due esempi:

In entrambi i casi, il secondo suono è più acuto del primo. Nel primo esempio abbiamo suonato il Do in basso sulla scala, ed il La a metà scala. Nel secondo esempio, il Do in basso ed il Re posto all'estremità superiore della scala. In questo caso è quindi piuttosto efficace visualizzare i suoni in modo lineare, basso-alto.

Ascoltiamo ora altri due esempi:

Anche in questo caso, il secondo suono è più acuto del primo, ma in qualche modo è anche molto somigliante al primo. Perché? Abbiamo suonato due note uguali, ma in un registro differente. Nel primo caso  due volte la nota Do, nel secondo caso due volte la nota Re.

Questo dimostra che il nostro orecchio non solo identifica l’altezza in modo lineare, basso-alto, ma riconosce anche il ripetersi degli stessi suoni in registri differenti. Oltre alla dimensione lineare dell’altezza, esiste dunque una dimensione ciclica, di ripetizione. I suoni si ripetono in modo simile in registri differenti, questi registri vengono indicati con il termine tecnico ottava.

Piuttosto che immaginare i suoni disposti su una lunga scala lineare, è dunque più corretto pensare che siano disposti su una scala a chiocciola nella quale tutti i suoni simili sono esattamente uno sopra l'altro: c'è dunque una dimensione lineare (Do Re Mi ecc) ma anche una dimensione verticale (Do2 è sopra Do1 e così via).

scala spirale

Immaginando la nostra scala all'interno di un palazzo, per andare dal primo al secondo piano ho 12 gradini (i dodici suoni della scala cromatica), poi gli stessi suoni si ripetono uguali al piano superiore. Su ciascun piano, le note si ripetono uguali, ma in un registro differente.

L'altezza del suono per la scienza

Dal punto di vista della fisica acustica, l’altezza di un suono dipende dalla frequenza dell'onda sonora, ovvero dal numero delle vibrazioni dell'onda sonora, misurate in vibrazioni al secondo.

L'altezza di un suono è dunque misurabile, un suono acuto ha un numero di vibrazioni superiore a quelle di un suono grave. Inoltre, se raddoppio il numero delle vibrazioni ottengo lo stesso suono a distanza di un'ottava. Ad esempio, la nota La che si utilizza di solito per accordare gli strumenti, ha una frequenza di 440 vibrazioni/secondo, mentre la nota La superiore ha una frequenza di 880 vibrazioni/secondo.

Conclusioni: altezza del suono a due dimensioni e tre dimensioni

L'altezza del suono può quindi essere interpretata in due modi differenti: ciascun suono è più acuto o più grave dell'altro, in una scala che possiamo immaginare su due dimensioni. Se suoniamo la scala cromatica, questo aspetto è prevalente:

Esiste inoltre una dimensione verticale, tridimensionale, nella quale ciascun suono si trova sopra (o sotto) un suono simile, ma in un registro più grave o più acuto. La relazione tra questi suoni è ben precisa: ciascuno ha il doppio (o la metà) di vibrazioni/secondo. Ascoltiamo una serie di suoni simili, in registri differenti:

Per visualizzare i suoni su questa dimensione tridimensionale, abbiamo immaginato una scala a chiocciola (in geometria, questa forma si chiama elica).

La prossima lezione

Nella prossima lezione vedremo in che modo viene scritta l’altezza di un suono nel sistema di notazione basato sul pentagramma: come si scrive l'altezza sul pentagramma.

  • Miry ha detto:

    Buongiorno, articolo chiarissimo e scritto in modo semplice, tutto molto comprensibile perfino la definizione fisica. Bello e indovinato l’esempio delle scale in un palazzo.

  • Gina ha detto:

    Buongiorno, penso che sia tanto funzionale quanto fonte di confusioni e scorrettezze l’arbitrio occidentale di chiamare in modo uguale due note che sono su due registri diversi (una più grave l’altra più acuta) solo perché hanno la relazione aritmetica più semplice (raddoppio/dimezzamento frequenza). Innanzitutto il pensarle uguali fisicamente e quindi considerarle uguali musicalmente, ma ovviamente non lo sono, casomai simili…

    • leoravera ha detto:

      Buongiorno Gina. Il sistema della notazione è arbitrario e certamente ha dei punti deboli. Non è facile capire se chiamare le note in modo univoco e non ripetendo il nome a distanza di ottava, il sistema sarebbe abbastanza facile da imparare. Probabilmente no, sarebbe molto difficile e in pochi riuscirebbero a comprenderlo e adoperarlo. Tuttavia, per ragioni storiche ci teniamo il sistema basato sulle sette note, quasi millenario e difficile da innovare, figuriamoci ripensarlo da capo! Comunque il tuo è uno spunto interessante, grazie a presto

      • Gina ha detto:

        Buongiorno, ci possiamo anche tenere l’arbitrario sistema di notazione chiamando le note in modo uguale (magari come ha fatto giustamente lei col riferimento numerico del registro ottavale ), basterebbe non semplificare troppo e quindi confondere le molte cose in gioco, come per i “rivolti”… Grazie per la risposta.

        • leoravera ha detto:

          Cara Gina, è un piacere parlare di musica con i miei visitatori. La musica richiede gradi diversi di semplificazione, a seconda di quel che facciamo. Ad esempio quando si inizia ad improvvisare, rivolti e accordo allo stato fondamentale vengono trattati nello stesso modo, per centrare “note bersaglio” utili ai primi esperimenti (come facevano i jazzisti delle origini). Nella scrittura di un arrangiamento invece i rivolti contano eccome! Il punto di vista cambia di continuo, in base a quel che facciamo. Forse è per questo che la musica non ci stanca mai. A presto

        • Marco ha detto:

          Scusate l’intromissione, ma è molto interessante… naturalmente ognuno può intendere le cose musicali come meglio gli conviene, però il suo articolo è abbastanza scientifico, giustamente, insomma ci dovrebbero essere punti fermi inequivocabili e poi magari illustrare semplificazioni e prassi storiche (improvvisazione, arrangiamento ecc.).

        • leoravera ha detto:

          Buongiorno Marco e grazie per “l’intromissione”, in realtà molto gradita. Il mio articolo vuole introdurre alcuni aspetti scientifici a chi non li conosce, ma su questo terreno non ho la competenza per andare davvero a fondo.
          Inoltre penso che ridurre il fenomeno “suono” ai suoi aspetti di fisica acustica serva poco al musicista. Né più e né meno di quanto conoscere la conformazione chimica dei colori possa aiutare un pittore: può servire, ma in modo marginale. Un cordiale saluto

        • Marco ha detto:

          Intendevo scientifico anche come “logica di buon senso”, per esempio una nota è una specifica frequenza e non un’altra, pertanto da qui dovrebbe discendere un’informazione univoca (tutte le note sono differenti, alcune più “parenti” altre meno). La nomenclatura, prassi eccetera viene dopo. Grazie della sollecita risposta.

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