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Note di Lunedì

Chet Baker, Do It the Hard Way. La voce come uno strumento

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[Note di lunedì n.32] Chet Baker è stato un grande trombettista e cantante, che ha vissuto una vita romanzesca e tormentata. Schiavo della tossicodipendenza, nella sua vita è passato ripetutamente da vette di bellezza e successo a profondi baratri di desolazione e degrado. Ascoltiamo la sua interpretazione di un brano scritto da Rodgers-Hart intitolato Do It the Hard Way.

Chet Baker arrivò al successo ancor giovane grazie al suo viso d’angelo, ad una capacità di seduzione senza pari e ad un talento musicale istintivo. Chet BAker suonava preferibilmente canzoni, che spesso ricreava e plasmava grazie ad ineguagliate doti di melodista.

Dopo l’introduzione del pianista Kenny Drew, Chet Baker canta il tema. Chet esegue la melodia senza stravolgerla in alcun modo, riesce però ad imprimere al pezzo una forte spinta in avanti. Provate ad immaginare il canto senza l’accompagnamento degli altri strumenti: la pulsazione è fortissima, il ritmo sembra scaturire dalla voce stessa che rende quasi superflua la sezione ritmica.

Dopo il tema, la voce assume la funzione di strumento (1’01”) per una linea improvvisata dalle proporzioni perfette. Gli accordi sono delineati in modo chiaro, Chet si muove infatti sopra di essi come un musicista bop. Ancora una volta, anche senza pianoforte non avremmo difficoltà a capire perfettamente l’armonia del brano.

L’improvvisazione cantata ha la durata di un chorus intero, così come il successivo assolo del pianoforte (1’46”). La ripresa del tema (2’31”) avviene invece da metà brano, il cantante ripete solo la seconda strofa della canzone. Tutto ciò accade in soli di tre minuti, un vero capolavoro di sintesi ed essenzialità.

Al prossimo lunedì!

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