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Perché sbagliamo al pianoforte? Come studiare un pezzo e superare l’ansia da prestazione

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Chi suona uno strumento sa quanto sia difficile suonare un brano senza commettere neanche un errore. Anche dopo aver studiato un pezzo per settimane, capita spesso di non riuscire ad eseguirlo in modo perfetto, commettendo errori anche in punti del brano che non avevano mai sbagliato prima. In questa lezione proverò a spiegare perché sbagliamo al pianoforte e darò qualche consiglio per superare l’ansia da prestazione.

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Quando non riusciamo a suonare un pezzo in modo davvero perfetto, una delle cause è sempre la scarsa qualità dello studio. Studiare bene un pezzo significa anche sapere aspettare, lavorare in modo omogeneo ed evitare di ripetere mille volte il brano, senza uno scopo. Per prima cosa, impariamo a distinguere il primo studio dallo studio di perfezionamento, perché sono due fasi molto diverse.

Il primo studio

A volte chi studia non se ne rendo conto, ma lo studio di un pezzo al pianoforte è diviso in due fasi ben distinte: lo studio di apprendimento è quello che inizia quando leggiamo il brano per la prima volta, e finisce quando abbiamo completato la lettura, fissato le diteggiature e sappiamo suonare il brano lentamente, da cima a fondo.

Un primo studio di qualità, passa dunque attraverso tre fasi: leggere lo spartito, fissare le diteggiature, lavorare sul gesto tecnico. Vediamole una per una.

La lettura dello spartito

Per prima cosa dobbiamo leggere lo spartito con attenzione, fissare le alterazioni ed assicurarci di rispettare la durata dei suoni. Se ci accontentiamo di uno studio superficiale, rischiamo di consolidare errori che poi ci impediranno di suonare il pezzo davvero bene. In questa fase è fondamentale lo studio a mani separate, per poter osservare ogni dettaglio.

A meno che tu non abbia una lettura davvero eccezionale, ti consiglio di leggere lo spartito una volta da cima a fondo, senza suonare. Quando suoniamo l’orecchio può trarci in inganno, facendoci credere giusto un passaggio che in realtà non rispetta quanto scritto sullo spartito. Una lettura lontano dallo strumento eviterà questo genere di errori.

Le diteggiature

Quando impariamo un pezzo, le diteggiature sono importanti quanto le note, forse anche di più. Infatti se suoniamo una nota sbagliata il nostro stesso orecchio se ne accorgerà, mentre una diteggiatura sbagliata è un errore poco appariscente, che farà vedere i suoi effetti quando entreremo nella fase più avanzata dello studio.

Avere una buona edizione dello spartito con le diteggiature già scritte ci farà sicuramente risparmiare un sacco di tempo. Tuttavia, ognuno ha la propria mano e quindi le diteggiature non sono necessariamente le stesse per tutti. Quando inizi a studiare un nuovo pezzo, verifica le diteggiature dei passaggi più difficili, e scrivi la diteggiatura sullo spartito.

In alcuni casi dovrai forse fare delle prove per trovare la diteggiatura migliore. L’importante è cercare di usare sempre la stessa, perché suonare una nota giusta, ma con dita diverse ogni volta, è un errore che ci impedirà più avanti di suonare il pezzo con sicurezza.

Lavorare sul gesto

Avere scelto una diteggiatura più o meno definitiva è indispensabile per poter lavorare sul gesto. Qualunque siano le difficoltà che incontri nel brano, cerca di superarle con il gesto più corretto. Scale, arpeggi, note ribattute, ogni tipo di tecnica ha le sue caratteristiche specifiche e deve essere affrontata nel modo più adatto.

Non affrontare le note una alla volta, né in fase di lettura né per quanto riguarda l’esecuzione. Se suoni dei frammenti di scala, ricordati bene del punto in cui devi effettuare il passaggio del pollice, pensa alla mano più che alle note.

Per chi studia pianoforte la ricerca ossessiva delle note giuste può essere persino fuorviante. Spesso ripeto ai miei allievi che è meglio suonare note sbagliate con un gesto corretto, piuttosto che note corrette con un gesto sbagliato.

Evidentemente l’orecchio è più gratificato dalle note giuste, ma se le suoniamo con uno sforzo esagerato e con tensioni dannose della mano o del braccio, non stiamo davvero imparando il brano musicale. Viceversa, se riusciamo a muovere le mani e le braccia in modo naturale e senza sforzo, le note corrette arriveranno poi di conseguenza.

Spesso accade che la causa di una o più note sbagliate sia infatti proprio in un gesto errato, che possiamo compiere inconsapevolmente alcune misure prima del punto del brano in cui sbagliamo. Ad esempio, sbagliare una diteggiatura può avere conseguenze più avanti nel brano, ed intestardirsi a ripetere mille volte il punto in cui sbagliamo non ci sarà di alcun aiuto, se la causa dell’errore è a monte, più indietro.

In conclusione, il primo studio di un brano musicale non consiste tanto nel leggere e suonare le note giuste. Devi suonare le note giuste, con le dita giuste, con un gesto corretto. Solo facendo queste tre cose insieme, riuscirai ad imparare davvero un brano.

Vediamo adesso in cosa consiste la “fase 2”, quella che abbiamo chiamato studio di consolidamento.

Lo studio di consolidamento

E’ molto più semplice imparare un nuovo pezzo e suonarlo quasi bene, piuttosto che perfezionare davvero un brano che conosciamo superficialmente. Chi suona uno strumento da pochi anni di solito si ferma al primo studio: lavora su un pezzo fino a quando lo sa suonare quasi bene, poi lo abbandona e ne comincia un altro. E’ normale che sia così, ed io stesso con i miei allievi seguo spesso questo tipo di percorso.

Perfezionare un brano richiede una maturità ed un’esperienza che un principiante ancora non possiede. Inoltre, se hai commesso qualche piccolo errore in fase di impostazione, ad esempio se non hai rispettato sempre le diteggiature, il perfezionamento del brano diventa quasi impossibile.

Se il tuo obiettivo è proprio quello di suonare un pezzo (quasi) perfetto, lo studio di consolidamento dovrebbe iniziare dopo una o due settimane. In questa fase dovrai mettere a punto i dettagli, superare i passaggi più difficili e iniziare a lavorare sull’interpretazione.

All’interpretazione bisogna iniziare a pensare al momento giusto, è inutile farlo quando stiamo ancora fissando note e diteggiature. A appena siamo pronti, cercare il significato della musica e non solo le note corrette è un modo per capire meglio il pezzo e impararlo più in fretta.

Non ripetere il pezzo mille volte

Consolidare un pezzo non significa suonarlo tante volte da cima a fondo. E’ vero il contrario: cerca di studiare un passaggio per volta, spezza il brano in diverse sezioni e prova a studiare a ritroso, per vincere la routine ed avere sempre il massimo di concentrazione.

Quando studi un pezzo lentamente e lo suoni a pezzi, stai accumulando delle risorse, che verranno poi utilizzate nel momento dell’esecuzione. Se suoni il pezzo da cima a fondo tante volte, stai consumando quello che hai accumulato durante lo studio. Se vuoi davvero imparare un pezzo, non suonarlo da cima a fondo troppe volte. Altrimenti otterrai esattamente l’effetto opposto.

Facciamo un esempio sportivo: un velocista che si allena per correre i 100 metri, nelle settimane precedenti la gara non può allenarsi ripetendo i cento metri all’infinito, con il cronometro in mano. Così facendo, arriverà al momento della gara del tutto scarico, e probabilmente otterrà il suo tempo peggiore.

Nello stesso modo, se in preparazione di un concerto ripeti mille volte il brano, per vedere “se ti viene”, al momento dell’esibizione il pezzo sarà in condizioni pessime, lo avrai consumato e non riuscirai ad eseguirlo decentemente.

Non pretendere la perfezione, prima del tempo

Studio di apprendimento e studio di consolidamento sono dunque due cose diverse: un principiante il più delle volte non ha ancora imparato a consolidare un pezzo per suonarlo senza errori.  Per questo motivo, se suoni da meno di un paio di anni o comunque studi in modo amatoriale, non ti abbattere se commetti qualche errore anche nei pezzi che hai studiato a fondo. Con l’esperienza, imparerai a studiare meglio, e di conseguenza a suonare meglio.

Anche se non arrivi a suonare un pezzo in modo perfetto, quello che conta è lo studio che hai fatto, molto più del risultato. Quando ti eserciti hai sempre un obiettivo immediato, ovvero il pezzo o l’esercizio che stai suonando. Tuttavia c’è anche un obiettivo più importante: migliorare il tuo metodo di studio.

Per questo è importante farti aiutare negli studi da un insegnante, che ti guidi e che sappia distinguere gli obiettivi immediati e quelli a medio termine.

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Ma non è tutto, c’è un altro motivo che ci porta a sbagliare quanto suoniamo in pubblico, un mostro che si impadronisce di noi, ci fa tremare le mani, dimenticare tutte le note e ci paralizza: l’ansia da prestazione.

Quando studiare non basta: l’ansia da prestazione al pianoforte

L’ansia da prestazione quando suoniamo non è diversa da quella che ci prende a un esame davanti alla commissione, oppure quando dobbiamo parlare in pubblico, se non siamo abituati a farlo.

Da questo punto di vista, per migliorare serve principalmente fare esperienza. Se studi uno strumento, dovresti cercare di suonare in pubblico, una volta ogni tanto. Puoi iniziare con amici e familiari, e sfruttare anche riunioni di famiglia, feste, tutte le occasioni in cui puoi chiedere a chi ti circonda di ascoltarti. Ecco alcune idee e consigli.

La casa… come un teatro

Prepara un mini-concerto, di massimo 10 minuti. I tuoi cari saranno contenti di ascoltarti, e per te sarà un modo per fare pratica, abituarti a suonare in pubblico. Sapere che un dato giorno suonerai per un pubblico, per quanto limitato e informale, ti servirà anche per studiare con maggiore impegno.

Prepara anche una brevissima presentazione di quello che intendi suonare, perché spesso dire due parole prima di sedersi allo strumento e suonare è un modo eccezionale per stabilire una relazione con il nostro pubblico, guardarlo in faccia e cogliere l’atteggiamento benevolo che sempre ha chi ascolta musica.

Se ti abitui a fare queste cose per i tuoi amici/familiari, sarà molto più facile suonare in pubblico in occasione del concerto di fine anno della tua scuola di musica, se ne frequenti una.

Sfrutta tutte le occasioni che hai per suonare di fronte a un pubblico, anche di amici e familiari. Un concerto di dieci minuti è preziosissimo per abituarti a gestire l’ansia da prestazione e riuscire a suonare in pubblico.

Registrati mentre suoni

Un’altra maniera per abituarsi allo “stress” della performance è registrarsi. Una videocamera che ci riprende non è proprio come uno spettatore, ma comunque ci mette alla prova. In realtà lo spettatore c’è, anche se è proiettato nel futuro e non davanti a noi. Se registriamo un video è per farlo vedere a qualcuno, ed il nostro imbarazzo si materializza nel momento in cui registriamo, anche se lo spettatore non è davanti a noi, in quel momento.

Per questo registrarsi è un ottimo esercizio. Una piccola nota personale: ho conosciuto musicisti bravissimi, per niente timorosi del pubblico, che tuttavia sono quasi paralizzati in uno studio di registrazione. Per loro, il registratore è un giudice più severo persino di un pubblico numeroso. Se non lo hai mai fatto, prova a registrarti e fammi sapere come è andata!

Pensa alla musica e non ai dettagli

Quando studiamo un brano al pianoforte, cerchiamo di tenere sotto controllo i vari aspetti dell’esecuzione: le note, le diteggiature, le legature, i movimenti da svolgere. E’ come se componessimo costantemente un puzzle tra diversi aspetti dello spartito, per cui siamo concentrati sui dettagli e trascuriamo l’insieme.

Quando eseguiamo un brano non possiamo controllare i dettagli, ma dobbiamo pensare alla musica: cantare il brano, lasciare scorrere la musica e pensare solo al discorso d’insieme.

Se riusciamo a farlo ed abbiamo studiato bene il brano, sarà più facile suonare senza commettere errori (o quasi). Se sbagliamo al pianoforte anche dopo aver studiato nel modo giusto, forse è anche perché stiamo cercando di tenere sotto controllo i diversi aspetti del brano, invece di concentrarci sulla musica.

Immagina di guidare un automobile guardando continuamente gli indicatori nel cruscotto: la temperatura, la velocità, il numero di giri, la benzina rimasta. Quasi sicuramente andrai a sbattere. In modo simile, quando suoniamo un brano dobbiamo guardare la strada, non il cruscotto: pensa alla musica, piuttosto che alle singole note o diteggiature.

Quando esegui un brano musicale, non pensare ai dettagli ma alla musica. Concentrati sul generale piuttosto che sul singolo particolare. 

Conclusioni: imparare a studiare e suonare in pubblico

Imparare a suonare in pubblico è difficile, chiede pazienza, prove ed errori. Per prima cosa dobbiamo imparare a studiare nel modo giusto. Dovremo poi fare un po’ di esperienza ed abituarci a gestire l’emozione che ci prende quando dobbiamo esibirci.

Per suonare in pubblico con piacere, senza essere paralizzati dalla paura, dobbiamo imparare ad essere indulgenti con noi stessi. In musica la perfezione non esiste, anche i più grandi musicisti commettono degli errori, ma non si lasciano distrarre dagli errori e continuano a pensare alla musica.

Imparare a suonare significa anche imparare a gestire le note sbagliate, sapendo che sono parte del gioco. L’esecuzione di un brano al pianoforte non è buona o cattiva in relazione al numero di note sbagliate, ci sono altri aspetti che sono ugualmente importanti: l’ispirazione, la cantabilità, la capacità di coinvolgere chi ascolta e comunicare emozioni.

Se li argomenti che ho trattato in questa lezione ti appassionano e vuoi approfondire i diversi aspetti dello studio del pianoforte, forse potrebbe interessarti il mio corso Obiettivo Musica. Nel corso affronto tutti i diversi aspetti dello studio della musica, dalla lettura alla tecnica fino all’esecuzione in pubblico.

Spero che questo articolo ti sia stato di aiuto per capire perché sbagliamo al pianoforte. Se ti fa piacere, lascia un commento all’articolo e raccontami la tua esperienza in proposito.

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    • Le diteggiature dipendono dal brano e dalla mano di chi suona. L’ unico consiglio generale che mi viene in mente è di non usare il 5° dito e il 1° dito sui tasti neri, eccezion fatta che quando suoni le ottave ovviamente.
      Ciao Lucio

  • Beh, l’analisi ė perfetta, quasi consolante.

    Tre anni fa, ho iniziato a studiare un brano che non avrei mai pensato di poter eseguire in scioltezza.

    Dopo circa un anno e mezzo che lo eseguivo (ripetendolo continuamente nella sua interezza) , lo presentai in pubblico e fu una pessima esperienza…..

    Ora l’ho riscoperto e lo eseguo in serenità ma la spiegazione che mi do ė nella “leggerezza” di mani e braccia, come se percepissero la serenità emotiva che forse deriva dalla consolidata sicurezza nel suonarlo.

    Articolo molto interessante ed approfondito👏👏👏.

    • Grazie Francesco, mi fa piacere che si sia ritrovato nelle mie parole. Provi ancora ad esibirsi in pubblico, la prossima volta sicuramente sarà più preparato! Cordiali saluti, grazie della visita

  • Esimio Maestro, ormai sono parecchie le esibizioni in pubblico vissute dal gruppo jazz di cui faccio parte. Credo quindi di poter raccontare (non pretendo infatti di “consigliare”) quello che faccio io per annullare la tensione che agita un musicista in procinto di esibirsi. E’ molto semplice, mentre i miei compagni si arrabattono fra fili elettrici, seggiole, amplificatori, microfoni e altre diavolerie, io offrendo il fianco o addirittura dando la schiena al pubblico “scaldo” il sax eseguendo un pezzo in solitario. Attualmente il pezzo è proprio di Piero Piccioni e si chiama Ziryab’s Love. Prima eseguivo il solo di Coltrane in Blue Green. Una volta un locale, nell’attesa che cominciasse il nostro concerto, stava diffondendo una specie di blues sul quale, piano piano, mi sono inserito improvvisando per una quindicina di minuti. Il risultato, per quanto mi riguarda, è stato sempre positivo! Cordialità.

  • Leonardo, questo tuo ultimo articolo mi è di grande aiuto. Hai colto perfettamente nel segno quali siano i miei limiti, i miei timori e le mie sensazioni. Grazie per tutta questa serie di consigli e considerazioni che condividi con tutti noi.

  • Grazie dell’articolo.
    Per l’ansia da prestazione davanti al pubblico: si pensa automaticamente di essere giudicati, è normale.
    Però forse potrebbe aiutare il pensare che non sono tanto io ad essere giudicato ma invece che sto facendo un regalo a chi ascolta.
    Cambia la prospettiva. Ciao

    • Ciao Roberto ottima osservazione. Inoltre, più che mostrare “quanto siamo bravi” dobbiamo mostrare quanto siamo coraggiosi. Non tutti hanno la personalità di affrontare un pubblico ed esibirsi, a qualunque livello lo si faccia. Bisogna esserne orgogliosi, anche se la performance non dovessere andare bene come speravamo

  • Parole sante! Credo sia un problema di tutti i dilettanti (mio di sicuro). Alla “diagnosi” che tu hai dato, che condivido al 100%, aggiungo un altra circostanza, che vale forse di più quando si improvvisa (magari uno std da real book): il classico dilettante come me non controlla la foga e, appena inizia a gustare quel che sta suonando, spinge l’improvvisazione al “più difficile che sa fare”: che sia più o meno evoluto, la stecca è preannunciata… trovo comunque importante anche l’altro aspetto che sottolinei: crescere significa anche gestire quel che esce dalla tastiera, che non è mai uguale a se stesso due volte, anche suonando a spartito!

    • Ciao Eros, grazie del commento. Improvvisare senza sbagliare è ancora più difficile, hai ragione. Persino i più grandi jazzisti a volte cadono durante un assolo, possiamo essere un po’ meno esigenti con noi stessi! A presto